Il caso dello scarabeo d’oro di Jung: quando il senso irrompe nella realtà

Il celebre episodio dello scarabeo d’oro rappresenta uno dei casi più chiari in cui l’esperienza clinica mette in crisi la visione causale lineare della realtà. Qui non accade “qualcosa di strano”, ma qualcosa di rivelatore: la realtà esterna e quella psichica si allineano mostrando una coerenza che non può essere spiegata con i soli strumenti del meccanicismo.

1/30/20265 min read

Durante una seduta, una paziente racconta un sogno nel quale riceve uno scarabeo dorato, simbolo di trasformazione e rinascita, ma lo fa con un atteggiamento rigidamente razionale, quasi difensivo. In quell’istante, una cetonia aurata colpisce la finestra dello studio, interrompendo la seduta. L’evento non ha un legame causale con il sogno, ma ne condivide il senso. Proprio questa coincidenza significativa produce una frattura nella chiusura difensiva della paziente e permette al processo terapeutico di riprendere movimento.

Qui non accade “qualcosa di strano”, ma qualcosa di rivelatore: la realtà esterna e quella psichica si allineano mostrando una coerenza che non può essere spiegata con i soli strumenti del meccanicismo.

Oltre la causalità: unità di psiche e mondo

La fisica moderna ha messo in discussione l’idea di una realtà completamente indipendente dall’osservatore. L’atto stesso dell’osservazione modifica il fenomeno osservato, rendendo impossibile una conoscenza totalmente neutra e oggettiva. In questo senso, il soggetto non è uno spettatore esterno, ma un partecipante attivo nel processo di manifestazione della realtà.

Trasferita in ambito clinico, questa prospettiva implica che la relazione terapeutica, la qualità dell’attenzione, le aspettative e gli stati di coscienza del paziente e del curante partecipano alla configurazione dell’evento di malattia e del processo di guarigione. La cura non è mai un’operazione puramente tecnica, ma un’interazione complessa all’interno di un campo relazionale.

Il caso dello scarabeo ci porta a riconsiderare la separazione netta tra soggetto e oggetto, tra mondo interno e mondo esterno. Se l’evento non è spiegabile causalmente, esso tuttavia è pienamente comprensibile sul piano del significato. Questo implica che la psiche non sia un dominio chiuso nella mente dell’individuo, ma partecipi di una rete di relazioni più ampia, nella quale anche l’ambiente entra in risonanza con gli stati interiori. La coscienza non si limita a osservare il mondo: contribuisce a organizzarlo in forme dotate di senso. In questa prospettiva, ciò che definiamo “realtà” non è un insieme di oggetti separati, ma un campo di relazioni in continuo divenire.

Salute e malattia come processi, non come stati

La medicina positivistica ha costruito la propria efficacia su un approccio difensivo alla salute: identificare il sintomo, isolarlo, eliminarlo. Questo modello ha prodotto risultati straordinari sul piano tecnico, ma mostra crescenti difficoltà nel rispondere alle forme contemporanee del disagio, sempre più caratterizzate da cronicità, multifattorialità e intreccio tra dimensioni biologiche, psicologiche e sociali.

Se spostiamo questo sguardo sul terreno della medicina, la distinzione tradizionale tra salute e malattia appare insufficiente. La medicina di matrice cartesiana ha concepito il corpo come una macchina composta da parti, la cui salute coincide con il corretto funzionamento dei meccanismi e la cui malattia è un guasto da eliminare. Tuttavia, se l’essere umano è un processo dinamico inserito in una rete di relazioni, anche la malattia smette di essere un semplice errore biologico. Essa diventa una variazione dell’equilibrio complessivo dell’organismo, un segnale di perdita di coerenza tra i diversi livelli: corporeo, psichico, relazionale e ambientale.

Concetti come salute, malattia e guarigione non sono entità universali e immutabili, ma assumono significato all’interno di specifiche visioni del mondo. Quando vengono definiti esclusivamente all’interno di un paradigma riduzionista e statico, perdono la loro natura processuale e relazionale. La separazione tra il malato e la sua malattia, tipica della clinica moderna, è una conseguenza diretta di questa impostazione.

La malattia come crisi di coerenza

La riflessione psicosomatica nasce dall’esigenza di superare la frattura storica tra mente e corpo, frattura che ha segnato profondamente lo sviluppo della medicina moderna. Se la malattia viene interpretata esclusivamente come un evento biologico localizzato e causalmente determinato, ogni dimensione simbolica, esperienziale e relazionale dell’essere umano risulta inevitabilmente esclusa dal processo di cura. Un paradigma unitario, al contrario, richiede strumenti concettuali capaci di pensare insieme ciò che la tradizione ha separato.

In questa prospettiva, la sincronicità rappresenta un principio chiave per ripensare la psicosomatica oltre i limiti del modello causale-lineare. Essa introduce la possibilità di comprendere il legame tra eventi psichici e somatici non come una catena meccanica di cause ed effetti, ma come una connessione significativa che emerge all’interno di un campo unitario di senso.

In questa chiave, la malattia non è solo qualcosa che “accade” al corpo, ma un evento che coinvolge l’intera persona. I sintomi possono essere letti come tentativi dell’organismo di riorganizzarsi di fronte a una perturbazione, analogamente a quanto avviene nei sistemi complessi lontani dall’equilibrio. La sofferenza non è quindi priva di senso: contiene un’informazione, spesso non ancora simbolizzata, che chiede di essere integrata. Ignorare o reprimere il sintomo significa perdere l’occasione di ascoltare questa informazione e di favorire un passaggio verso una nuova organizzazione.

Dalla sincronicità al sintomo corporeo

Il principio di sincronicità offre una chiave interpretativa per quei fenomeni in cui eventi interiori ed esteriori risultano connessi in modo significativo, pur in assenza di un nesso causale diretto. A differenza del semplice sincronismo, che indica la mera contemporaneità temporale, la sincronicità riguarda la coincidenza dotata di senso.

Così come nel caso dello scarabeo d’oro un evento esterno ha rispecchiato un contenuto psichico interno, allo stesso modo il corpo può diventare il luogo in cui si manifesta un conflitto o una tensione non elaborata. Il sintomo psicosomatico non è una “traduzione simbolica” meccanica di un problema psicologico, ma l’emergere di una dissonanza nella rete di relazioni che costituisce l’individuo. Corpo e psiche non sono due entità separate che si influenzano a distanza, ma due aspetti di un unico processo.

In ambito psicosomatico, questo significa considerare il corpo come il luogo in cui psiche e materia si esprimono simultaneamente. Il sintomo non è soltanto l’effetto di una causa biologica, né la semplice “traduzione” di un conflitto psichico, ma un evento unitario che coinvolge l’intera persona e il suo rapporto con l’ambiente.

La malattia, letta in chiave sincronica, diventa portatrice di un’informazione che riguarda l’organismo nel suo insieme: i tessuti, le emozioni, le relazioni, la storia personale e il contesto di vita. In questa prospettiva, il lavoro terapeutico non consiste nel forzare un ritorno allo stato precedente, ma nell’aiutare il sistema a riconoscere e integrare il senso dell’evento, favorendo una riorganizzazione più ampia e coerente.

Psicosomatica: un cambio di paradigma

Considerare il rapporto mente-corpo come un fenomeno sincronico significa abbandonare l’illusione di spiegare la complessità dell’essere umano attraverso un unico principio esplicativo. La causalità rimane uno strumento utile, ma non esclusivo. Accanto ad essa, diventa necessario riconoscere l’esistenza di nessi significativi, acausali, che collegano eventi interiori ed esteriori all’interno di una totalità strutturata.

La psicosomatica, inserita in un paradigma unitario, non è quindi una disciplina di confine, ma un luogo di integrazione.

Essa invita a pensare la salute come un processo dinamico di partecipazione al senso, in cui corpo, psiche e mondo non sono entità separate, ma espressioni diverse di una stessa realtà in divenire.

In questa prospettiva, non può essere una disciplina marginale né un’aggiunta alla medicina tradizionale, ma l’espressione di un cambio di paradigma.

Curare non significa soltanto intervenire sul sintomo per eliminarlo, ma accompagnare il paziente nel recupero di una maggiore coerenza tra i diversi livelli della sua esperienza. Ciò implica un ascolto che tenga conto della storia personale, delle relazioni, del contesto di vita e del modo in cui la persona attribuisce senso a ciò che le accade.

Conclusione: dalla riparazione alla trasformazione

Dal caso dello scarabeo d’oro alla riflessione sulla salute e la malattia emerge una visione dell’essere umano come sistema aperto, sensibile al significato e capace di trasformazione. La malattia, lungi dall’essere solo un nemico da combattere, può diventare una soglia evolutiva, una crisi che apre alla possibilità di un nuovo ordine. La psicosomatica si colloca esattamente in questo spazio: non tra mente e corpo, ma nel loro continuo dialogo con il mondo, dove il senso precede spesso la causa e la guarigione coincide con un cambiamento di coerenza, prima ancora che con la scomparsa del sintomo.

Dott.ssa Francesca Peruzzi

Founder of: www.movingmind.it